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LO STUPORE DELLA BELLEZZA
Ci sono momenti nella storia dell’arte in cui un’artista ha nelle mani il potere di mostrare la bellezza fino al punto in cui questa diventa stupore. Divino o terreno non conta. Purchè ci consoli del male dell’esistenza.
Rocchi appunto lavora sul tema della bellezza folgorante e insolita che diventa, quadro dopo quadro, compendio dell’idea di perfezione calata nella quotidianità della vita.
Per certi pittori il bello è una dottrina, un’icona da immortalare e rendere percepibile ai distratti, ai illusi, a chi ha perso la speranza della serenità. Rarefatti e pacati, i lavori di quest’artista distante dalle mode e dai modi del mercato, dicono di una passione naturale per il senso profondo dell’arte che innanzitutto è presenza e compromissione con la realtà. Le fanciulle di Rocchi, abbigliate e costruire come ragazze del cinquecento raffigurano non solo se stesse ma ripropongono un tipo, quello della dea-donnasogno-donnadesiderata-futuramadre che contiene tutte le possibili valenze dell’eterno femminino.
Rifacendosi alla maniera antica, il lavoro di Rocchi arriva all’osservatore come visione nella quale la figurazione si esprime sotto specie di linea e contorno. Ma ci sono con i predecessori le debite differenze.
Fino alla fine del Rinascimento il ritratto ,non accontentandosi di riprodurre le fattezze del soggetto, introduce nel contesto degli elementi idealizzati. Così nei dipinti oltre agli oggetti che significano la ricchezza e il prestigio, gioielli, broccati, acconciature, compaiono animali e fiori simbolici derivati dalla pittura sacra. Nelle opere entrano il cagnolino significante la fedeltà, il giglio che indica l’innocenza, la rosa la passione umana, Rocchi usa il cardo significante il Cristo che si immola per la razza umana. Importante poi è la posa. Il viso deve essere purissimo e stagliarsi sullo sfondo come un cameo, sia quando compare su uno sfondo scuro, sia quando alle sue spalle cresca un paesaggio collinare e liquoroso. Su tutte le meraviglie dei maestri amati da Rocchi basti ricordare il Ritratto di donna del Pollaiolo. La giovane vista di profilo con il cielo per sfondo forse aveva come cornice originale ,oggi perduta, il motivo del vano di una finestra. Indossa un corpetto scollato, allacciato con una serie ravvicinata di bottoni e mostra una elaborata acconciatura con “reticella gemmata a cuffia”(Levi Pisetzky,VIII,1957)di straordinaria eleganza. il velo che copre le orecchie trattiene i capelli arrotolati sulla nuca morbidamente. la massa bionda è circondata da un filo di piccole pere, infilate in modo da creare un movimento alternato che si chiude al centro della testa. Attorno al collo pende una collana in cui si alterano tre perle bianche e una nera, completata da un pendente con rubino. L’identità di questa deliziosa figura femminile non è nota e questo le ha permesso di valeggiare fino a noi con tutta la grazia e il mistero che le si addicono. Questo dipinto famosissimo riassume l’ideale di una figura slanciata, perfetta, bellissima a metà strada tra la Musa e la donna amata che se in epoca romana rappresentava la Fama e la Vittoria, mentre per la chiesa ha sempre incarnato il valore della Virtù ; nel XV E XVI secolo diventa simbolo delle attività della mente e della qualità dell’anima.
Dal canto loro le fanciulle di Rocchi di solito compaiono in campo scuro, un debito che Rocchi ha contratto da tempo con la pittura fiamminga a partire dalle opere quasi miniate di Jan van Eych, per continuare con Antonella da Messina e di seguito con buona parte della ritrattistica del XVI secolo. Di rado le sue ragazze sono ritratte al mare o in campagna. Sembrano immobili, eppure si muovono lentamente fino a girarsi verso chi le guarda. Ma la curiosità dell’osservatore non potrà scalfire la loro distanza e la fierezza. Appartengono a un mondo ideale dal qual piovono idee e sensazioni sulle nostre teste, ma dove non è necessario entrare.
Posseggono la grazia, un misto di superiorità e sprezzatura che non è propria delle persone qualunque. Hanno volti ovali di dolcezza imperiosa, incarnato magnolia fragile e in procinto nel sciogliersi nell’aria, occhi spalancati sul mondo, sguardo rivolto al futuro fuori dalla cornice del dipinto, bocche piccole e carnose appena dischiuse al sorriso, acconciature elaborate con cerchietti incrostati di perle, quando non portano cespugli di rose multicolore che coltivano la perfezione della fronte e l’arco nobile delle sopracciglie. Sono sottili come giunchi, eleganti nella posa, calme nella postura, assorte nelle proprie intimità di giovani con ancora un lungo percorso da compiere. Rocchi, che pur cita di continuo i grandi come Pollaiolo, o Leonardo, fino a Modigliano in quei lunghi colli sinuosi librati su spalle acerbe e intocche dell’uomo, ha inventato un nuovo personaggio nell’arte contemporanea, quello di una giovane che conserva il mistero e la freschezza della donna angelicata pur compromettendosi con il mondo contemporaneo. I suoi dipinti imperniati su un discorso poetico nato nelle corti rinascimentali, sono tessuti di brevi note collocate a margine che dichiarano tuttavia la temporalità del soggetto. Sul buio assoluto dello sfondo spicca la protagonista. a una prima verifica diresti trattarsi di una nobile pulzella il cui padre aspiri a contrarre per lei un grande matrimonio di quelli che aumenteranno il prestigio della famiglia e garantiranno alla prole possedimenti e inviati a corte. E invece no. Le delicati mani dalle dita affusolate non accarezzano un libro miniato di Anselmo, ma hanno appena appoggiato sul tavolo una bottiglia di coca-cola. Qui Rocchi innesta la propria appartenenza alla modernità su una pittura di rarefatta perfezione. Proprio come aveva fatto Andy Warhol nell’America corpulenta e consumista degli anni Sessanta, l’artista bergamasco si serve della bevanda amata per traghettare le sue signorine nel terzo millennio. Del resto la coca-cola sembra davvero una bevanda in grado di attraversare spazio e tempo, visto che persino il Bambino Gesù, nelle avventure di Maternità di Rocchi, la preferisce al seno di Maria. Uno scherzo del villaggio globale? Piuttosto un segno dell’epoca, un divertissement per sostenere che la pittura può raccontare le medesime storie servendosi di tecniche simili ma mischiando i contenuti. Una questione che Dante aveva a suo tempo attribuito agli artisti il diritto di condividere il soffio di Dio. A dire che l’arte ha il potere di anticipare o posticipare a suo piacimento l’essere e il dover essere, il gusto e la libertà dai gusti, la moda e l’eccentricità. Purchè parlando si discute sempre e comunque la bellezza.
Del resto, a dirla con Rocchi, hanno sempre perduto il senno per amore di una fanciulla. Perché la bellezza suggerisce il sublime e da ogni riposto della storia nessuno ha mai potuto senza desiderarne la presenza.
Anna Caterina Bellati
Venezia, giugno 2010

Alfonso Rocchi