Momò Calascibetta


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Painting, Drawing 9 Followers Member since 2007
Milano, Italy

Artist News Momò Calascibetta

Added Jun 27, 2008
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Il mio nome è Nessuno

via G.Paletta

Sunday 6 July 2008
Sunday 21 September 2008

IL MiO NOME E' NESSUNO
incantamento,stupore e bellezza nell'arte dei semplici


Ingremiomatris -L'ecole des Italiens -Museo Immaginario
Regione Piemonte -Provincia del Verbano Cusio Ossola -Citta' di Domodossola

Domodossola - Palazzo Silva - via G.Paletta
6 Luglio- 21 settembre 2008



Esordisce il 5 luglio prossimo, a Domodossola, nella superba sede di Palazzo Silva, una mostra destinata a cambiare i confini dell'arte contemporanea. Si chiama !l mio nome è Nessuno, e possiede un sottotesto disarmante, esplicativo: Incantamento, stupore e bellezza nell'arte dei semplici.
Fino al 21 settembre si potrà assistere a una rassegna di pittori così detti naive, ribattezzati "semplici". La mostra si presenta anche, e con notevole decisione, come gesto perentorio, estetico e politico. Contrastando un'idea performativa e banalmente provocatoria dell'arte italiana degli ultimi decenni. Riscoprendo i valori del sogno rispetto a quelli del mercato, il desiderio in favore del glamour. Così questi artisti, "simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempiterna e primitiva dell'arte: il suo potere suggestivo, conturbante, mitologico. Ci sono gesti nostalgici,intimi, preziosi, per nulla omologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto". La mostra è curata da Marcovinicio, ed è mediata da un catalogo programmatico con testi di Davide Brullo e di Silvia Pacassoni edito da Umberto Allemandi


Dio è morto, e con lui l’arte. Pressappoco è così. Gli artisti si metrano in base a un criterio di vendita, sulla loro testa viene affibbiata una taglia che ne identifica il valore. Nulla di scandaloso, per chi fa denari: l’arte è un prodotto di mercato. L’artista, cioè, da talento individuale è diventato una griffe, lo si compra perché qualcuno ci dice che comprarlo è un buon affare, perché farà fruttare al compratore di lì a qualche anno un lauto gruzzolo. Bizzarrie dell’epoca: l’arte non procura più un nutrimento spirituale, non evoca bellezza, ordine e senso. Simile a un qualsiasi altro prodotto “di consumo” – come un paio di scarpe, una borsetta particolare, un’automobile fiammante – vaga sull’onda anomala delle “mode”, e si muta da popolare in gioiello d’èlite. Non provoca il mito, ma asseconda la storia. Cioè: non è inevitabile, urgente, provocante, bensì accessoria, aleatoria, vacua. L’estetica, come direbbe il poeta premio Nobel Josif Brodskij, non fonda più l’etica dell’uomo e della storia, ma è schiava di pulsioni superficiali, destinate a svanire al primo battito di ciglia, al precoce passaggio stagionale delle rondini.
Dacché fare i guastafeste è un esercizio per molti versi facile e inutile, costruiamo qualcosa. Questa è una mostra scandalosa. L’esatto opposto dell’alchimia che regge, ad esempio, la Biennale di Venezia. Il mio nome è Nessuno è una mostra di “pittori della domenica”. Di artisti per lo più ignoti e ingenui, selvatici e nascosti, anonimi e misteriosi. Per far risorgere l’arte bisogna azzerarla, rivelandone il cuore, la polpa inalterabile e millenaria. Dopo tutto, è sempre stato così. Naïve vuol dire incantamento, stupore, bellezza pura, netta, semplice. Già, è attraverso un gesto semplice e perentorio che intendiamo scompaginare la storia dell’arte, far impazzire la Borsa dell’Arte. Oggi come ieri sono i segni problematici e primordiali a cambiare il tempo. Lo sapevano bene, per ripassare in memoria due nomi clamorosi, Paul Gauguin e Pablo Picasso, che studiarono alla corte dei naïve e dei reietti per ottenere il miracolo della semplicità, di una infantile, unica immediatezza. Così questi artisti occasionali, ispirati, per giunta illuminati, che vengono a noi nel mistero, simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempiterna e primitiva dell’arte: il suo potere suggestivo, conturbante, mitologico. Ci sono gesti nostalgici, intimi, preziosi, per nulla omologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto.


Il viaggio tra questi “nessuno”, tra questi artisti perduti e ritrovati, sommersi e salvati, anticonformisti perché non condizionati da alcuna moda, antimoderni, è anche un periplo alle origini dell’arte. Nel nome, sempre, è il senso. Nessuno si nominò Odisseo scampando alla furia di Polifemo. Nessuno è una zattera, un’occasione per salvarsi dal mondo di chi vuole annullare l’arte, tacitarne il potenziale esplosivo, perennemente scandaloso. Con una truppa di “nessuno” si rifonda l’arte. Perché gli artisti, quando vigorosi, come Odisseo, sono curiosi e corsari, avventurieri e pirati. Comunque, estremi, fino ai margini inesplorati della terra.

Orari: Da martedì a venerdì dalle 15 alle 19,
sabato e domenica dalle 10 alle 12, dalle 15 alle 19
Ingresso € 5. Info e prenotazioni: Cell. +393357357840



Inaugurazione sabato 5 luglio ore 18,30 Teatro Galletti p.zza Mercato Domodossola

Catalogo: Umberto Allemandi & C Ita/Ingl. 168 pag.

Curatore: Marcovinicio

Testi di: Dott. Davide Brullo, Silvia Pacassoni

Fotografie di: Antonio Maniscalco, Marco Bianchetti

Coordinamento di: Massimo Fiumano’


tutti i testi del catalogo sono disponibili su:


Added Jun 27, 2008
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Il mio nome è Nessuno

via G.Paletta

Sunday 6 July 2008
Sunday 21 September 2008

IL MiO NOME E' NESSUNO
incantamento,stupore e bellezza nell'arte dei semplici


Ingremiomatris -L'ecole des Italiens -Museo Immaginario
Regione Piemonte -Provincia del Verbano Cusio Ossola -Citta' di Domodossola

Domodossola - Palazzo Silva - via G.Paletta
6 Luglio- 21 settembre 2008



Esordisce il 5 luglio prossimo, a Domodossola, nella superba sede di Palazzo Silva, una mostra destinata a cambiare i confini dell'arte contemporanea. Si chiama !l mio nome è Nessuno, e possiede un sottotesto disarmante, esplicativo: Incantamento, stupore e bellezza nell'arte dei semplici.
Fino al 21 settembre si potrà assistere a una rassegna di pittori così detti naive, ribattezzati "semplici". La mostra si presenta anche, e con notevole decisione, come gesto perentorio, estetico e politico. Contrastando un'idea performativa e banalmente provocatoria dell'arte italiana degli ultimi decenni. Riscoprendo i valori del sogno rispetto a quelli del mercato, il desiderio in favore del glamour. Così questi artisti, "simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempiterna e primitiva dell'arte: il suo potere suggestivo, conturbante, mitologico. Ci sono gesti nostalgici,intimi, preziosi, per nulla omologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto". La mostra è curata da Marcovinicio, ed è mediata da un catalogo programmatico con testi di Davide Brullo e di Silvia Pacassoni edito da Umberto Allemandi


Dio è morto, e con lui l’arte. Pressappoco è così. Gli artisti si metrano in base a un criterio di vendita, sulla loro testa viene affibbiata una taglia che ne identifica il valore. Nulla di scandaloso, per chi fa denari: l’arte è un prodotto di mercato. L’artista, cioè, da talento individuale è diventato una griffe, lo si compra perché qualcuno ci dice che comprarlo è un buon affare, perché farà fruttare al compratore di lì a qualche anno un lauto gruzzolo. Bizzarrie dell’epoca: l’arte non procura più un nutrimento spirituale, non evoca bellezza, ordine e senso. Simile a un qualsiasi altro prodotto “di consumo” – come un paio di scarpe, una borsetta particolare, un’automobile fiammante – vaga sull’onda anomala delle “mode”, e si muta da popolare in gioiello d’èlite. Non provoca il mito, ma asseconda la storia. Cioè: non è inevitabile, urgente, provocante, bensì accessoria, aleatoria, vacua. L’estetica, come direbbe il poeta premio Nobel Josif Brodskij, non fonda più l’etica dell’uomo e della storia, ma è schiava di pulsioni superficiali, destinate a svanire al primo battito di ciglia, al precoce passaggio stagionale delle rondini.
Dacché fare i guastafeste è un esercizio per molti versi facile e inutile, costruiamo qualcosa. Questa è una mostra scandalosa. L’esatto opposto dell’alchimia che regge, ad esempio, la Biennale di Venezia. Il mio nome è Nessuno è una mostra di “pittori della domenica”. Di artisti per lo più ignoti e ingenui, selvatici e nascosti, anonimi e misteriosi. Per far risorgere l’arte bisogna azzerarla, rivelandone il cuore, la polpa inalterabile e millenaria. Dopo tutto, è sempre stato così. Naïve vuol dire incantamento, stupore, bellezza pura, netta, semplice. Già, è attraverso un gesto semplice e perentorio che intendiamo scompaginare la storia dell’arte, far impazzire la Borsa dell’Arte. Oggi come ieri sono i segni problematici e primordiali a cambiare il tempo. Lo sapevano bene, per ripassare in memoria due nomi clamorosi, Paul Gauguin e Pablo Picasso, che studiarono alla corte dei naïve e dei reietti per ottenere il miracolo della semplicità, di una infantile, unica immediatezza. Così questi artisti occasionali, ispirati, per giunta illuminati, che vengono a noi nel mistero, simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempiterna e primitiva dell’arte: il suo potere suggestivo, conturbante, mitologico. Ci sono gesti nostalgici, intimi, preziosi, per nulla omologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto.


Il viaggio tra questi “nessuno”, tra questi artisti perduti e ritrovati, sommersi e salvati, anticonformisti perché non condizionati da alcuna moda, antimoderni, è anche un periplo alle origini dell’arte. Nel nome, sempre, è il senso. Nessuno si nominò Odisseo scampando alla furia di Polifemo. Nessuno è una zattera, un’occasione per salvarsi dal mondo di chi vuole annullare l’arte, tacitarne il potenziale esplosivo, perennemente scandaloso. Con una truppa di “nessuno” si rifonda l’arte. Perché gli artisti, quando vigorosi, come Odisseo, sono curiosi e corsari, avventurieri e pirati. Comunque, estremi, fino ai margini inesplorati della terra.

Orari: Da martedì a venerdì dalle 15 alle 19,
sabato e domenica dalle 10 alle 12, dalle 15 alle 19
Ingresso € 5. Info e prenotazioni: Cell. +393357357840



Inaugurazione sabato 5 luglio ore 18,30 Teatro Galletti p.zza Mercato Domodossola

Catalogo: Umberto Allemandi & C Ita/Ingl. 168 pag.

Curatore: Marcovinicio

Testi di: Dott. Davide Brullo, Silvia Pacassoni

Fotografie di: Antonio Maniscalco, Marco Bianchetti

Coordinamento di: Massimo Fiumano’


tutti i testi del catalogo sono disponibili su:


Added Aug 26, 2007
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Singolare installazione di Momò Calascibetta realizzata con 20.000 cannucce

SPAZI EVASI 08

19 luglio - 2 agosto 2008 - Francavilla al mare



Spazi Evasi, che giunge quest’anno alla quinta edizione, è un evento culturale ideato dall’Associazione Culturale La.Li.Pé, con il patrocinio del Comune di Francavilla al mare, della Provincia di Chieti, della Regione Abruzzo e della Fondazione Carichieti. La manifestazione, che verrà inaugurata il 19 luglio 2008 a Francavilla al mare per poi prendere vita in altri centri dell’area metropolitana, si presenta come un evento complesso, in cui ricerca artistica, spettacoli e musica si innestano nel tessuto sociale e architettonico della Città.Quest’anno il tema della manifestazione “Spazi Evasi 08” è rappresentato dalla riflessione sulle risorse energetiche come fonte primaria di vita, come forza che muove il mondo, come risorsa di un Pianeta sottoposto ai limiti di carico.


VIA COL VENTO
L'installazione
di
Momò Calascibetta
vuole evidenziare il mondo dell’aria, elemento invisibile la cui forza è utilizzabile per far muovere macchine che producono energia elettrica. A questo mondo appartengono gli uccelli e innumerevoli insetti, gli aerei, gli asciugacapelli, i deltaplani e i paracadute, le bolle di sapone, i profumi dei fiori e i deodoranti, i gas inquinanti e quelli che ci servono, il fumo degli incendi e delle sigarette, il vapore dei soffioni e quelli del caffè bollenti, i coriandoli e le cerbottane. L' aria è cio’ che tutto avvolge e permea, è lo spazio intangibile che tutto unisce, è l’energia vitale che i taoisti chiamano chi, gli induisti chiamano prana (dal sanscrito forza-luce) e noi chiamiamo etere. E’ la sostanza invisibile che pervade l’intero universo e che noi assorbiamo dall’ambiente circostante attraverso il respiro necessario alla vita degli Esseri.

Il progetto di Momò consiste in un grande volume piramidale, sospeso a 5 metri e mezzo da terra e realizzato con cannucce da bibita , versatile famiglia di materiali “plasticosi”. Trasparente e leggerissimo, un autentico miracolo visivo, per raccontare e mettere in luce il mondo dell’aria e la sua presenza che al minimo soffio, al primo alito di vento fa ruotare la struttura. L’aria è respiro, indispensabile alla vita. L’aria, nell’atto di inspirazione, partecipa all’energia vitale degli esseri e alla sua comunicazione perché il respiro è anche ritmo, veicolo di suoni e parole.

Si tratta di una costruzione sul concetto delle “travature reticolari”, autoportante, basata sull’aggregazione di moduli geometrici (in questo caso il tetraedro), e realizzata con circa 20.000 cannucce alimentari e filo di cotone. Ogni modulo è costituito da sei elementi; l’aggregazione di quattro moduli da luogo ad una piramide più grande e così via. La modularità dell’elemento permette di costruire quasi all’infinito l’installazione.La dimensione finale sarà in questo caso una grande piramide di metri 6.60 per ogni lato. La leggerissima struttura, sospesa in aria per mezzo di un filo di naylon darà l’impressione di volare. Tre elementi tipo piccole vele ai tre angoli di base permetteranno all’aria di muovere la struttura interaggendo visivamente con il luogo dove è posizionata.


Nell'opera di Momò Calascibetta, da Mario De Micheli a Giorgio Soavi, da Leonardo Sciascia a Vincenzo Consolo e Bufalino, da Fabrizio Dentice a Testori, sono state individuate le caratteristiche e i canoni del grande e raro disegnatore satirico di razza; Nel 2002 presenta alla Fondazione Mudima la mostra “Terromnia”, una grande mostra-evento,che lo impone definitivamente nel panorama artistico italiano. L' artista nato a Palermo e trasferitosi a Milano nel 1982, è stato ospite nella trasmissione " Passepartout" di Philippe Daverio su Rai Tre dal titolo "l'eterno barocco siciliano", dove sono stati evidenziati i caratteri e i temi fondamentali della sua produzione artistica. Ha partecipato al progetto Plotart nel 2005 a cura di Gianluca Marziani e Massimo Lupoli, che lo ha visto presente in quindici città europee con opere in digitale. Nel 2007 una mostra antologica al museo Mandralisca di Cefalù, a Parma con la mostra”Mai dire Mao” a cura di Gherardo Frassa e al Museo Michetti di Francavilla al mare ,“Laboratorio Italia”a cura di Philippe Daverio. Recentemente al Museo di Villa Silva a Domodossola nella mostra "Il mio nome è Nessuno" con l'opera "Minuetto a villa Palagonia"

Inaugurazione: 19 luglio 2008 spazio Museo Michetti

Piazza San Domenico 1, 66023 - Francavilla al mare

Informazioni - Tel.085/491042

Durata 19 luglio - 2 agosto 2008

a cura: Associazione Culturale La.Li.Pè.

Via Civitella snc, Torre Ciarrapico

66023 Francavilla al mare (CH)


L'immagine pubblicata è il prototipo della installazione che Momò Calascibetta realizzerà nello spazio antistante il Museo Michetti).
Le misure complessive della struttura saranno di m.6.60 di altezza

Info: blog/?p=877


Added Aug 26, 2007
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Io sono siciliano per caso, vivo solo per scoprire la bellezza, tutto il resto non è che una forma di attesa.

Momò Calascibetta nasce a Palermo nel vicolo del Forno….

Si laurea in Architettura nel 1977 con Gregotti e Pollini e, nonostante l'intrigante passione per essa, sceglie la Pittura che aveva praticato sin da piccolo.

Alla mostra”Il sacro nell'Arte”, nel 1977 presso l'Arcivescovado di Palermo, presenta l'opera dal titolo “Processione e Processi” che lo pone subito all'attenzione della critica e del pubblico ma che scatena la reazione di censura dalla parte del clero. Infatti chiara è la condanna che Momò fa alla ipocrisia della chiesa davanti alla sofferenza delle creature umane sin dalla prima sua tela esposta :”SE LASCI CORRERE LIBERO IL PENSIERO RIESCI PERICOLOSO SENZA SAPERLO!”

Leonardo Sciascia visita questa mostra ed inizia così un rapporto segnato da reciproco rispetto e totale intesa che porterà lo scrittore a definire per primo la pittura di Calascibetta come il racconto dettagliato….”dell'imbestiamento di una classe di potere già sufficientemente imbestiata nella più lata avarizia e nella più lata rapacità…”Esegue diverse scenografie teatrali tra cui “Il Castello” di Kafka per la rassegna “Incontroazione “ dell'Università di Palermo.

Fondamentale in questi anni è il suo incontro con Enza Lauricella , cantante popolare che con gli acuti della sua voce, dice il critico Guido Valdini, scaglia pietre in piena faccia ai politici che governano l'isola. Nasce il primo e unico figlio Filippo che si dedica alla musica classica e in particolare al contrabbasso barocco.

Nel 1982 Momò va a vivere a Milano, ospite i primi mesi a casa di Gabriele Mucchi, ma ritornerà ogni anno in Sicilia per non interrompere l'appassionante escursione archeologica nelle viscere dell'isola. Di questo periodo sono le tematiche “Comiso Park” esposte alla Fondazione Corrente, 1984, e “Piazza della Vergogna “ nella galleria Philippe Daverio ,1989, che lo inseriranno nel tessuto artistico milanese. E' Mario de Micheli il critico che seguirà il suo percorso artistico di quegli anni…”Ogni opera di Calascibetta è sempre un convegno di personaggi, quando addirittura non ne brulichi. Sono i personaggi di una periferica e provinciale “società opulenta”, i protagonisti dei “nuovi ceti emergenti”, gli speculatori, i parassiti, i mangioni, i servi in divisa del potere: il giudice intrallazzato col mafioso, il prete che assolve da ogni peccato e il generale che dà lustro e garanzie patriottiche alle feste e ai banchetti, dove trionfa una confusa presenza di dame, cortigiane e baldracche, sfarzosamente agghindate per la rappresentazione…”

Nel 1991, nella mostra “De l'amour” presso la galleria Jannone, si renderanno più visibili i primi segni di un passaggio da un mondo “ingordo e malandrino” che aveva caratterizzato le opere precedenti, ad una visione più esistenzialista.

“I relitti umani” di Calascibetta mordono ancora, inghiottono, godono e intanto si preparano ad un atto unico, quello dell' effusione amorosa, della totale consunzione carnale dell'individuo, del deliquio dei sensi nella sfrenatezza di un'avida passione, ma pervase da una pietas che li riconduce ad una possibilità di speranza.

Giorgio Soavi e Fabrizio Dentice sono i critici di riferimento degli anni 90 e non mancano le testimonianze di Sciascia e Bufalino.

A Milano incontra lo scrittore Vincenzo Consolo che nel 1994 presenterà in catalogo la mostra “Labirinto”in cui la dualità tra satira e pietas si fonde sempre più sino a fare accostare Momò ad una visione di puro intimismo lirico.

Tra il '94 e il '99, si dedica a progetti di architettura e la sua attività creativa converge nell'esigenza di impadronirsi dei luoghi umani e dei suoi materiali, di trasformare e plasmare le materie di cui sono costituiti, alla ricerca di una forte caratterizzazione espressiva e antiminimalista capace di fondere e di esaltare forma, funzione e qualità puramente estetiche.

Sensibilità plastica e ricerca di espressività della funzione attraverso la decorazione, sono i segni distintivi che accomunano il suo sogno creativo proponendo unità tra pittura, scultura, mosaico, e architettura per ricostruire i luoghi della vita.

In questi stessi anni le sue opere sono in mostra a New York, Zurigo, Madrid, Praga, los Angeles, Bruxelles, e si pubblica il libro “Un mito che muore “ ed. Ila Palma, Sao Paulu, Brasile.

La sperimentazione e rielaborazione dei materiali che usa, lo conducono alla scoperta di una sua nuova forma creativa : la scultura in terracotta.

E' a questo punto della sua vita che in Calascibetta affiora un ricordo del suo inconscio infantile che lo trasporta in un luogo dominato da una figura eclettica, affascinante, che ha incontrato una sola volta all'età di cinque anni e che forse è stata la chiave di tutte le sue scelte artistiche: lo zio Momò. La scoperta di veder nascere istintivamente tra le sue mani, come un gioco, sculture ardite e complesse, così definite da Vittorio Fagone, Gillo Dorfles e Philippe Daverio, lo convince a rendere omaggio a questa figura misteriosa della sua infanzia scegliendo di firmare la sua produzione artistica, a partire dall'anno 2000, con il “nom de plume” Momò .

Subito dopo, al Miart di Milano , titolerà la sua mostra personale “Momò fu Calascibetta”.

Nel 2002 la Fondazione Mudima , a cura di Philippe Daverio, organizza una mostra-evento dal titolo “Terromnia”, dove vengono esposte per la prima volta le sculture e le opere più rappresentative di tutte le tematiche fino ad allora trattate, configurandosi come un evento che ha coinvolto il pubblico milanese in alcune serate interattive tra musica, performance e dibattiti centrati intorno all'opera pittorica e scultorea dell'artista che da sempre si è definito “siciliano per caso”.

Anche grazie alla presenza di numerosi critici e personaggi che animano la vita culturale della città tra i quali Philippe Daverio, Gillo Dorfles, Alessandro Riva, Marco Meneguzzo, Liana Bortolon e Giovanni Quadrio Curzio, l'evento-mostra delle opere di Momò riscuote un grandissimo successo.

L'anno seguente Momò Calascibetta è ospite della trasmissione”Passepartout” su RAI 3 dove Daverio pone in evidenza i caratteri e i temi fondamentali dell' artista. Viene fuori il mondo dei sogni di Momò abitato da draghi-unicorno, idoli arcani, sogghignanti coccodrilli, giunoniche danzatrici in guepierre e frustino, sfrenate tauromachie e toreri evanescenti come lemuri, cavalieri dimentichi e addormentati, minotauri ingentiliti, infiammati di passione amorosa, voluttà devastante, lascivia e ingordigia.

Il Museo del Territorio di Biella promuove nel 2005 una imponente esposizione dedicata interamente alla lana e alla cultura ad essa legata dal titolo “Sul filo della lana “, curata da Philippe Daverio, con un percorso espositivo di oltre 200 opere provenienti dai più prestigiosi musei del mondo che copre un arco di tempo che dal periodo preistorico giunge fino al contemporaneo: infatti insieme alle opere di Luca Giordano, Tintoretto, Andrea del Sarto, Brueghel, Pietro Longhi, van Gogh….quelle di Campigli , Sironi, De Chirico,Beuys, Boetti, Modigliani, Malevic, Kounellis, Jori, è presente Momò con il grande “Trittico del Minotauro” e “Il filo di Arianna”

Nella 51° Biennale di Venezia Momò con un gruppo di amiche,Cristina Alaimo, Enza Lauricella ed Elena Agudio , organizza il progetto “Esserci al Padiglione Italia” che trova sede nella chiesa di San Gallo, evento nato come momento genuino e spontaneo che ha voluto lanciare un messaggio alla Biennale puntualizzando che l'arte italiana non è morta bensì ammorbata da una volontà dominante verso il crescente dilagare di uno sporco e corrotto mercato dell'arte americanizzato e monopolizzato da lobby finanziarie-culturali, cieche ed arroganti, dove l'arte si trova sempre più mummificata, in eventi fieristici e commerciali, da imbalsamatori culturali sempre più lontani dalla vita e dalla società. Aderiscono all'evento oltre 1200 artisti, costringendo il direttore della Biennale, Croff, a promettere uno spazio per l'arte italiana.

“IN UN MONDO DI ARRIVISTI BUONA REGOLA E' NON PARTIRE”, dice Gesualdo Bufalino, ma Momò pensa che” NON BASTA SAPERE ASPETTARE PERCHE' TUTTO ARRIVI”, tanto è vero che “Esserci al Padiglione Italia”con il formato cabalistico 13x17 delle opere, è alla settima esposizione in varie città italiane, ultima a Palermo, sempre con il sostegno di Philippe Daverio.

Il 2002 ha segnato la vita di tutti, anche quella di Momò; la caduta delle “due torri”ha cambiato le relazioni politiche tra gli stati del mondo. Momò capovolge la sua visione artistica. Dopo che Bush dichiara guerra all'Afghanistan e poi all'Irak imponendo alle democrazie del mondo la cieca tracotanza dell'impero americano, Momò scende dalle giostre del suo “Comiso Park”dove laidi e panciuti generali si accompagnavano ad avide baldracche celebrando i giochi crudeli della guerra . L'artista, per la prima volta, ferma la sua attenzione alle case dilaniate dalle bombe “intelligenti”, ai bambini assenti, sperduti e soli. Realizza opere in cui la casa diventa memoria della sua infanzia sicura, della sua giovinezza la cui la meta era partire, diventa fortezza d'amore quella che ha costruito per suo figlio. Le case che disegna in questo periodo sono in bianco e nero,sono vuote, per la prima volta senza personaggi, quasi a gridare al mondo che la casa è l'unico luogo inviolabile, l'unico tempio, l'unico rifugio che l'uomo possiede.

“ LA CASA E ' UNA GEOGRAFIA DELLA MEMORIA DOVE IL DOLORE TI ABBANDONA: SONO COME UNA TARTARUGA, OVUNQUE IO VADA MI PORTO LA CASA SULLA SCHIENA”.…dice Momò.

Con la guerra in Irak Momò comincia a vedere bambini che fuggono dalle case, che cercano tra rifiuti del mondo, che vagano tra i vicoli delle città-metropoli pronti a qualsiasi espediente a qualsiasi avventura. Mentre prima i personaggi erano quelli delle stanze del potere,”le stanze dei bottoni”, adesso Calascibetta sembra volere affidare “questi bottoni” alle mani indurite e sapienti dei bambini.

Nasce così nel 2005 la nuova tematica “I bambini sulle strade del mondo”.

Momò ancora una volta sfida il suo pubblico, non ripete mai se stesso affinché sia più riconoscibile, è sempre attento alla società che cambia, e non tradisce il suo impegno civile; spesso gli si sente ripetere:”NON CONOSCO LA CHIAVE PER IL SUCCESSO, MA POSSO AFFERMARE CHE QUELLA PER IL FALLIMENTO E' TENTARE DI PIACERE A MOLTI : se per vivere devi strisciare alzati e muori”.

Nel dicembre del 2006 apre uno studio anche a Palermo in Piazza Caracciolo (Vicolo dei Frangiai ) nel mercato storico della Vucciria

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